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Libro primo-Dei reati in generale
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LIBRO PRIMO – dei reati in generale

Questa parte del codice penale si occupa della disciplina generale cui tutti i reati si riconducono; in essa sono esplicati i principi generali che regolano e disciplinano i reati.

Il titolo I “della legge in generale”
fissa, in particolare, i cardini del sistema penale italiano: il principio di legalità, che è sancito dall’ art. 1 “nessuno può essere punito per un fatto  che non sia espressamente previsto come reato, né con pene che non siano da essa stabilite”, trova il suo fondamento addirittura nella Costituzione, all’art. 25 comma II che recita “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso". Principio, questo, che riporta all’art. 2 del codice penale relativo alla successione di leggi penali sulla base del quale trova fondamento il principio della retroattività della legge più favorevole al reo.

Altro aspetto di estremo interesse per il cittadino è quello determinato dall’art. 5 codice penale: l’ignoranza della legge penale. “Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale”.
Un principio, questo, che suscita non poco scalpore: è frequente, infatti, sentire dal reo l’espressione “io non sapevo che quel fatto compiuto costituisse reato”.
Episodi come questi colpiscono in particolare i cittadini extracomunitari che, legati a tradizioni, costumi e regole di vita spesso molto differenti da quelle italiane, si ritrovano procedimenti penali a carico per fatti che loro non ritenevano reato o, comunque, per fatti che non ritenevano di tal gravità. Ciò nonostante, l’art. 5 è chiaro sul punto ma è bene sapere che la rigida disposizione  è stata, almeno in parte, attenuata.La Corte costituzionale, infatti, con sentenza n. 364 del 23 marzo 1988 ha stabilito che “l’errore sul precetto scusa quando è inevitabile”.

A dar maggiore chiarezza e concretezza alla decisione della Corte costituzionale, è intervenuta la Cassazione con la sentenza n. 1571 del 15.01.2003 stabilendo che per errore inevitabile tale da far divenire l’ignoranza sulla legge penale scusabile devono sussistere i seguenti presupposti:

  1. l’oggettiva ed insuperabile oscurità della norma;
  2. le condotte positive della P.A.;
  3. un pacifico orientamento giurisprudenziale.

In pratica, l’ignoranza scusabile  può essere ricondotta a pochissimi e marginali casi, forse più presenti in dottrina che nella vita pratica di tutti i giorni.

Il titolo II si occupa “delle pene”.
A sua volta si divide in capi.
Il Capo I definisce le specie di pene in generale: queste (art. 17 c.p.) si dividono in delitti (l’ ergastolo, la reclusione, la multa) e in contravvenzioni (l’ arresto e l’ammenda) e ancora in pene detentive (ergastolo, reclusione e arresto) e pene pecuniarie (multa e ammenda).
Vi sono, poi, le pene accessorie che conseguono di diritto alla condanna come effetti penali di essa e sono:

  • per i delitti:
    a) l’interdizione dai pubblici uffici;
    b) l’interdizione da una professione o da un’arte;
    c) l’interdizione legale;
    d) l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese;
    e) l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione;
    f) l’estinzione del rapporto di impiego o di lavoro;
    g) la decadenza o la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori;

  • per le contravvenzioni:
    a) la sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte;
    b) la sospensione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.

  • Infine, pena comune ai delitti e alle contravvenzioni è la pubblicazione della sentenza penale di condanna.

Il Titolo III
del LIBRO I  del codice penale (intitolato “Del reato”), al Capo I tratta specificamente del reato consumato e tentato. E’ questa una delle parti del codice maggiormente oggetto di interpretazioni proprio perché attiene alla determinazione, alla nascita del reato in sé considerato.
Affinché sussista il reato in capo al reo è necessario vi sia un nesso che lega fatto reato alla persona che lo ha compiuto.
E’ questo il nesso di causalità indicato dall’ art. 40 c.p. il quale, per l’appunto, afferma che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione. Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Nell’ipotesi, poi, in cui più cause possono aver causato l’evento reato, l’art. 41 c.p. regola il concorso di cause. Dal tenore della norma si evince come debba tenersi conto della teoria della “par condicio” nel senso che ogni comportamento del soggetto deve considerarsi concausa alla determinazione dell’evento.
Gli artt. 42 e 43 c.p. affrontano l’elemento soggettivo del reato. La legge prevede come condizione generale che nessuno possa essere punito se l’azione od omissione da cui è derivato il reato non è stata commessa con coscienza è volontà. E’ questo il dolo, ovvero quando il soggetto che ha agito ha preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione il determinato evento reato. Tuttavia, la legge stabilisce, solo in ipotesi specificamente indicate, che la persona che ha compiuto il reato possa essere punita anche al di fuori del dolo, ovvero nelle ipotesi di preterintenzione e colpa.
Si ha delitto preterintenzionale quando dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente. E’ questo il caso (unico)  dell’omicidio preterintenzionale.
Si ha delitto colposo quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica  a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. E’ importante  ricordare che la citata suddivisione si applica anche alla contravvenzioni, ogni qualvolta per queste la legge penale faccia dipendere da tale distinzione un qualsiasi effetto giuridico.
La punibilità di un soggetto è esclusa, poi, oltre che dalle ipotesi esterne all’uomo del caso fortuito o forza maggiore (art. 45 c.p.), anche dalle cause di giustificazione (o scriminanti) ovvero in quelle ipotesi in cui un fatto che di per sé costituisce reato viene considerato lecito perché ammesso da una norma dell’ ordinamento. Queste sono:

  1. il consenso dell’ avente diritto,

  2. l’esercizio del diritto,

  3. l’adempimento del dovere,

  4. la legittima difesa,

  5. l’uso legittimo delle armi,

  6. lo stato di necessità.

Sono, poi, previste cause specifiche di esclusione della punibilità quale la provocazione scriminante prevista per i delitti contro l’onore di cui all’art. 599 c.p. che prevede la non punibilità per chi ha commesso fatti di cui agli artt. 594 e 595 c.p. in stato d’ira determinato da fatto ingiusto altrui e subito dopo di esso. Ipotesi simile è quella prevista dall’art. 599 comma I c.p. che, nell’ipotesi delle sole ingiurie prevede che queste, se reciproche, possano essere dichiarate non punibili dal giudice.

Il Capo II tratta “delle circostanze del reato”, ovvero di tutti quegli elementi che stanno attorno alla fattispecie di reato posta in esame.
Molto sinteticamente, le circostanze si dividono in circostanze comuni che possono essere sia aggravanti che attenuanti (artt. 61 e 62 c.p.); il codice prevede poi delle ulteriori circostanze attenuanti  denominate generiche (art. 62 bis) che trovano applicazione su valutazione del giudice. Queste, hanno la caratteristica di poter concorrere con una o più delle circostanze attenuanti di cui all’ art. 62 c.p..

Al Capo III è esplicata la disciplina del concorso di reati. Concorso materiale e formale determinano il cumulo delle pene a seguito di più reati compiuti dalla stessa persona.
Nel primo caso si applica una sommatoria delle pene che il reo ha subito, mentre nella seconda ipotesi, trova applicazione una pena determinata da quella più grave aumentata nel massimo fino al triplo e si applica in quei casi in cui il reo con una azione od omissione viola diverse disposizioni di legge o commette più violazioni della medesima disposizione di legge (art. 81 I comma c.p.).
Importante,poi, il II comma del citato art. 81 c.p., il quale stabilisce che alla pena determinata col criterio di cui al I comma dell’art. 81 c.p. soggiace chi con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso commette anche in tempi diversi più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge: è questa l’ipotesi del reato continuato.

Il Titolo IV
tratta specificamente del reo e della persona offesa dal reato.
In particolare, al Capo I viene definita l’imputabilità ovvero quella condizione necessaria affinché un soggetto che ha compiuto un reato possa essere perseguibile.
Il Capo II determina, invece, le ipotesi di recidiva, abitualità, professionalità nel reato e della tendenza a delinquere tutte condizioni, queste, che aggravano la posizione del reo.
Il Capo III attiene al concorso di persone nel reato, ovvero a quelle ipotesi in cui nella determinazione del reato partecipano più persone.
Il Capo IV tratta specificamente della persona offesa del reato. In particolare, l’art. 120 c.p. sancisce il diritto di querela in capo alla persona offesa da un reato.

Il Titolo V
attiene alla modificazione , applicazione ed esecuzione della pena.
Importanti in questa sezione,
al Capo I (della modificazione e applicazione della pena) gli artt. 132 e 133 c.p., in base ai quali, nel limite della legge, il giudice applica la pena discrezionalmente, motivando, però, la sua decisione; tuttavia, a limitare la discrezionalità del giudicante, ci pensa l’art. 133 c.p. elencando tutti gli elementi di cui il giudice deve tener conto nel determinare la pena.

Il Titolo VI
è intitolato “della estinzione del reato e della pena”. In esso, pertanto, vengono elencate le cause che estinguono il reato (Capo I) e che estinguono la pena (Capo II).

I reati si estinguono per:

  1. morte del reo prima della condanna,

  2. amnistia,

  3. remissione della querela,

  4. prescrizione,

  5. oblazione,

  6. sospensione condizionale della pena,

  7. perdono giudiziale per i minori degli anni 18.

Le pene, invece, si estinguono per:

  1. morte del reato dopo la condanna,

  2. estinzione delle pene della reclusione e della multa per decorso del tempo,

  3. estinzione delle pene dell’arresto e dell’ammenda per decorso del tempo,

  4. indulto e grazia,

  5. liberazione condizionale,

  6. riabilitazione.

Al Titolo VII
vengono trattate le sanzioni civili. E’, infatti, previsto che la persona che ha subito un danno derivante da reato, può chiedere in sede penale la tutela dei propri diritti civili attinenti al risarcimento del danno subito.

Il titolo VIII
attiene alle misure amministrative di sicurezza ovvero a quelle misure volte a tutelare la collettività. Esse,infatti, trovano applicazione qualora vi siano i presupposti per un fatto penalmente rilevante o nel caso in cui il soggetto agente venga considerato pericoloso a livello sociale.
A causa della loro caratteristica insita di repressione, le misure di sicurezza godono di un regime estremamte dettagliato previsto dal codice penale. In particolare, l’art. 199 c.p. stabilisce che “nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza che non siano espressamente stabilite dalla legge e fuori dei casi  dalla legge stessa preveduti”.
Le misure di sicurezza possono essere personali (Capo I) e patrimoniali (Capo II).
Le misure di sicurezza personali si suddividono a loro volta in detentive e non detentive.

Le prime sono:

  1. la colonia agricola o casa di lavoro,
  2. la casa di cura e di custodia,
  3. l’ospedale psichiatrico giudiziario,
  4. il riformatorio giudiziario.

Le seconde sono:

  1. la libertà vigilata,
  2. il divieto di soggiorno,
  3. il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci di bevande alcoliche,
  4. l’espulsione dello straniero dallo Stato.

Le misure di sicurezza patrimoniali sono:

  1. la cauzione di buona condotta,
  2. la confisca.


  

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